donne bronzo 2025 europei

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sabato 5 settembre 2009


Il nuovo programma nucleare inglese
Londra- Il parlamento inglese ha approvato nel 2008 il nuovo programma nucleare,presentato dal ministro dell'industria e del commercio Hutton,sul quale si è pronunciato a favore il premier Gordon Brown. Hutton ha sottolineato i motivi per cui la soluzione nucleare sia un passo doveroso per le diverse esigenze del paese.
In primis,la necessità di affiancarsi dalle dipendenze energetiche da altri paesi e raggiungere l'autonomia:evidenti i riferimenti all'aumento del prezzo del petrolio e al gas russo.
Secondo Hutton,il nucleare è uno dei sistemi più efficaci per limitare le emissioni di gas terra e combattere cosi il riscaldamento globale. Il 18% dell'energia elettrica inglese è dovuto alle centrali nucleari e nel 2035,saranno chiuse quelle che ci sono già,e costruite ed attivate oltre 20.
Comunque la costruzione delle prime nuove centrali non potrà essere ultimata prima del 2017. Il progetto sarà seguito e incoraggiato dal governo di sua maestà,ma i costi di progetto e di mantenimento saranno a concorso di investitori privati,senza gravarne la spesa pubblica. Come contro non c'è nessun limite di quantità di energia che potrà essere prodotta in questo modo. Greenpeace non è d'accordo,sperando di bissare il successo dello scorso febbraio. Un giudice della corte suprema aveva dichiarato il programma “proceduralmente inesatto” e “fuorviante”.
L'ambientalista Steve Webb commenta:”è stato detto che le nuove centrali contribuiranno poco o niente alla fornitura energetica prima del 2020.Dov'è la strategia di cui abbiamo urgentemente bisogno ora per contrastare il doppio problema del cambiamento climatico e della sicurezza energetica?”. L'ambientalista ha ragione,visto che il nucleare ha dei problemi irrisolti dopo gli incidenti tra gli anni 70 e 80.
LA SICUREZZA DELLE CENTRALI: c'è uno studio chiamato “generation IV” per la realizzazzione di reattori raffreddati in acqua o a gas e su quelli a spettro veloce. Si vorrebe realizzare un prototipo entro il 2030. Molti trascurabili sono anche i problemi legati all'eliminazione definitiva alla contaminazione “ordinaria” delle centrali nucleari in seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell'impianto a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi. Dopo gli incidenti di Three mile Island nel 1979 e di Chernobyl nel 1986,molte nazioni hanno deciso di abbandonare lo sfruttamento dell'energia nucleare. Non si costruiscono nuove centrali nucleari e si chiudono quelle già esistenti prima del loro ciclo vitale. Ci sono stati movimenti,come quelli dell'Irlanda che hanno fermato all'avviamento del programma nucleare. In Italia e in Svezia hanno votato dei referendum a favore dell'abbandono nucleare. Da ricordarsi che tra il 1992 e il 2005 il nucleare da fissione ha usufruito del 46% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Qui un fatto russo:nel 1948 entra in funzione una centrale vicino al fiume Techa,unica risorsa idrica per 24 villagi della zona,negli urali del sud. Dopo 35 anni l'acqua è radioattiva,come nel lago Karachi,negli Urali del sud. Sulle sue sponde,se passi perr un'ora in prossimità del lago,ricevi una dose letale di radiazioni. Sono aumentate le leucemie o le malformazioni dei bambini della zona. In assenza di sistemi idonei di ventilazione nelle centrali,si possono inalare quantità pericolose di polveri e di radon,un gas nobile emesso dall'Uranio,incolore,inodore e molto radioattivo.
Quotidianamente si sente spesso parlare di "sicurezza" per sostenere scelte politiche difficili o poco gradite dal punto di vista sociale (es. nucleare, ogm). Chi obietta o dubita viene spesso tacciato di ignoranza, di atteggiamento poco aperto al progresso e alla scienza. In realtà la stessa sicurezza è già da tempo oggetto della ricerca scientifica. Senza voler entrare nel merito delle scelte cercheremo di approfondire la conoscenza della "sicurezza".
Si può parlare di "sicurezza" quando la soglia di rischio "percepita" dalla società (ossia dalle persone coinvolte) è considerata accettabile. E' quindi importante individuare un indice del rischio. In termini molto semplici questo indice può essere determinatoalla seguente "formula-rischio".
Rischio = probabilità evento X conseguenze dei danni
Così un evento con probabilità minime di verificarsi e danni elevati può ottenere lo stesso indice di rischio di un evento con probabilità maggiore ma minori conseguenze. Si tratta di una visione oggettiva del rischio e si parla di "rischio obiettivo". E' quindi un rischio calcolato prendere l'aereo poiché il numero degli incidenti aerei in un anno rappresenta un minima parte delle ore di volo complessive di tutti gli aerei.
Attenzione però a confondere questa formula-rischio o il rischio calcolato anche per giustificare scelte pubbliche sgradite (es. deposito di scorie, centrale nucleare vicino casa ecc.). Il rischio-obiettivo ha validità soltanto se la probabilità dell'evento è determinata dall'osservazione empirica. In pratica soltanto se la probabilità è misurata in modo scientifico mediante test ripetuti o dall'osservazione diretta. Soltanto in questi casi si può parlare di "rischio reale".
Nel caso contrario saranno poste delle ipotesi restrittive che ridurranno enormemente la valutazione oggettiva delle probabilità. Ad esempio, un impianto nucleare può avere una probabilità di incidenti basata sull'esperienza passata ma di questi non esiste un vero archivio storico poiché salvo pochi casi eclatanti sono coperti dal segreto di Stato. Inoltre, poco può dirsi della probabilità degli atti esterni come il terrorismo o gli errori umani. Il disastro di Chernobyl fu causato da un errore umano non prevedibile in quanto al limite della follia (un esperimento incontrollato causò la fusione del nocciolo). Un altro triste esempio di eventi imprevedibili è l'attentato del 2001 alle Twin Towers, chi poteva mai prevederlo?
Pertanto si passa al concetto di "rischio ipotetico" la cui portata è sicuramente inferiore del "rischio reale". Molte ipotesi sono escluse dalle probabilità degli eventi possibili per semplificare l'analisi. Come ben sappiamo qualsiasi selezione implica un giudizio di valore da parte del ricercatore o del policy maker. Pertanto il rischio "ipotetico" perde la natura oggettiva per acquisire quella prettamente "soggettiva".
Altro aspetto fondamentale sono le conseguenze dei danni. Come stimare il danno di un incidente nucleare come quello di Chernobyl? Le conseguenze di un disastro nucleare si presentano dopo molti anni e impattano una vasta area geografica. I paesi hanno l'abitudine storica di non risarcire gli altri paesi confinanti per i danni da loro causati tramite l'inquinamento. Pertanto questi danni non sono mai visti come costi e non influenzano le scelte politiche. Il Protocollo di Kyoto è uno dei tentativi per far considerare queste esternalità negative (costi sociali) come costi privati dei singoli Stati. Non a caso gli Stati Uniti ancora oggi non hanno firmato il Protocollo.
Non è quindi possibile stimare le "reali" conseguenze dei danni causati da un particolare evento (es. incidente nucleare, effetti di lungo periodo degli OGM o sulle altre colture).
Gli incidenti nelle centrali nucleari sono classificati su una scala da 0 (semplice guasto) a 7 (incidente molto grave). Questa scala di misura è detta INES (International Nuclear Event Scale). La classificazione degli incidenti non è facile. Spesso gli incidenti minori sono stati coperti dal segreto militare o non comunicati al grande pubblico.
Elenchiamo i principali incidenti di cui si è avuta conferma ufficiale:
Kyshtym (Unione Sovietica 1957) - scala Ines 6.
Un bidone di rifiuti radioattivi prese fuoco ed esplose contaminando migliaia di Kmq di terreno. Furono esposte alle radiazioni circa 270.000 persone.
Sellafield (Gran Bretagna 1957) - scala Ines 5.
Un incendio nel reattore dove si produceva plutonio per scopi militari generò una nube radioattiva imponente. La nube attraversò l'intera Europa. Sono stati ufficializzati soltanto 300 morti per cause ricondotte all'incidente (malattie, leucemie, tumori) ma il dato potrebbe essere sottostimato.
Three Mile Island (Harrisburgh, Usa 1969) - scala Ines 5.
Il surriscaldamento del reattore provocò la parziale fusione del nucleo rilasciando nell'atmosfera gas radioattivi pari a 15000 terabequerel (TBq). In quella occasione vennero evacuate 3.500 persone.
Chernobyl (Unione Sovietica, 1986) - scala Ines 7.
L'incidente nucleare in assoluto più grave di cui si abbia notizia. Il surriscaldamento provocò la fusione del nucleo del reattore e l'esplosione del vapore radioattivo. Si levò al cielo una nube pari a 12.000.000 di TBq di materiale radioattivo disperso nell'aria (per avere un'entità del disastro confrontate questo valore con i 15.000 Tbq del precedente incidente nucleare registrato nel 1979 a Three Mile Island negli Usa). Circa 30 persone morirono immediatamente, altre 2.500 nel periodo successivo per malattie e cause tumorali. L'intera Europa fu esposta alla nube radioattiva e per milioni di cittadini europei aumentò il rischio di contrarre tumori e leucemia. Non esistono dati ufficiali sui decessi complessivi ricollegabili a Chernobyl dal 1986 ad oggi.
Tokaimura (Giappone, 1999) - scala Ines 4
Un incidente in una fabbrica di combustibile nucleare attivò la reazione a catena incontrollata. Tre persone morirono all'istante mentre altre 400 furono esposte alle radiazioni.
Come già anticipato la lista non può considerarsi esaustiva. Molti incidenti non sono mai balzati in cronaca perchè coperti dal segreto militare. La lista "nera", quindi, si presume molto più lunga di quella che abbiamo presentato. Sulle conseguenze degli incidenti manca ancora oggi un dato ufficiale che consideri non solo le morti causate negli incidenti ma anche l'impatto sulla salute dei cittadini nel lungo periodo.
LA GESTIONE DEI RIFIUTI RADIOATTIVI E LO SMALTIMENTO DEGLI IMPIANTI
: Le principali fonti di produzione di rifiuti a bassa attività sono gli ospedali,i laboratori di ricerca,le installazioni nucleari. Per i rifiuti a media attività le fonti di produzione sono le centrali nucleari,gli impianti di fabbricazione del MOX(combustibile),i centri di ricerca,gli impianti di riprocessamento e comprendono gli scarti di produzione,rottami metallici,liquidi,fanghi,resine esaurite. I rifiuti pericolosi sono quelli ad alta attività che sono tipici del processo di combustibile dell'uranio nei reattori e sono rappresentati da prodotti di fissione e dagli attinidi transuranici come il combustibile nucleare irraggiato e i residui del riprocessamento. L'Uranio arrichito(HEU) dovrebbe essere diluito convertendolo in uranio leggermente arrichito(LEU) ma si tratta di attività costose e inoltre manca una stima esatta delle effettive quantità di questa sostanza presenti in molti paesi. Questo rende necessario siti definitivi per la loro sistemazione,che si differenziano in base al grado di attività e al tempo di decadimento delle scorie e che garantiscono l'isolamento dalla biosfera per tutto il periodo delle loro pericolosità. Tale isolamento viene realizzato tramite barriere di contenimento poste in serie,la cui funzione è di impedire la diffusione degli isotopi radioattivi verso l'esterno del deposito. Sono circa 80,destinati ad aumentare,i depositi di scorie nel mondo. Il primo e unico deposito geologico nel mondo,è quello del New Mexico,aperto nel 1999. L' emitiva è un intervallo di tempo in capo al quale l'attività di un chilo di un elemento radioattivo si riduce a quello di mezzo chilo. La fissione nucleare porta diversi prodotti. Gli elementi transuranici sono non presenti in natura. Essi hanno emivite altissime. I” frammenti di fissione” sono gli isotopi degli elementi originali dell'uranio quando si spacca nei diversi modi possibili. Quindi si deve cercare un metodo per ridurre questo emivita. Un metodo può essere la spallazione,dove un urto anelastico tra particelle di alta energia e nucleo atomico,quello degli atomi del bersaglio,con la produzione di varie particelle secondarie. Tra di esse ci sono i neutroni,che possono incenerire le scorie radioattive operando la loro “trasmutazione” in altri radionuclidi. Altro metodo che si potrebbe usare è la tecnologia laser;usata nel 2003 da inglesi e russi,essa consiste nel colpire col laser un piccolo bersaglio d'oro per ionizzarlo e fornire un plasma,accelerando gli elettroni del plasma fino a raggiungere velocità relativistiche. Quando gli elettroni colpivano l'oro solido del bersaglio,emettevano raggi. Ponendo dietro il bersaglio d'oro un campione di scoria nucleare contenente iodo radioattivo,i raggi lo colpivano strappandogli un neutrone e trasformandolo in un iodio la cui emività è di 25'. Nel New Mexico la WIPP(Wate isolation pilot Plant)ha provato dei metodi che adesso proporemmo. Nella perforazione ad aria si utilizzerebbe l'aria come caratteristica del sito,ma questa è stata usata molto raramente. Lo “scenario Hartman” indica un iniezione di fluidi che causi movimenti di fluidi ad alta pressione. Ma l'EPA l'ha bocciato. Con l'iniezione di Co2,si dovrebbe sfruttare l'ultima fase dell'estrazione petrolifera. Nelle scorie di II grado ci vogliono depositi definitivi superficiali o sub superficiali con garanzie di sicurezza per la salute e l'ambiente,attraverso una gestione e un controllo l'operatività dei quale attiene a dinamiche temporali. La questione dei prodotti di fissione e dei radionuclidi ad emivita alto può essere equiparato a quelle del II grado. I rifiuti radioattivi di III grado(combustibile irraggiato,prodotti di attivazione a vita lunga,elementi transuranici,Uranio) non è ancora risolta. I siti di stoccaggio sono a oggi l'unica possibilità reale,ma sono allo studio modalità di eliminazione dei residui radioattivi,su cui però le informazioni non sono chiare. Per smantellare un impianto,ci vogliono oneri fiscali e problemi di sicurezza. Si cessa l'attività,si deve decontaminare i componenti della struttura,risanare il suolo e smaltire i rifiuti. Poi si ripristina il sito per altri fini. Ovviamente ci vogliono anni prima che tutto questo venga fatto. O si attua l'entombment,la copertura degli impianti con una struttura in calcestruzzo sottoposta a manutenzione finchè il decadimento delle sostanze radioattive non permette di terminare i controlli normativi.Ma sembra un safe storage prolungato. In ogni fase ci sono scarti e questi scarti devono essere messi in luoghi sicuri,che non contaminano l'ambiente. La fusione è il processo nucleare che alimenta il Sole e le altre stelle. Una delle reazioni più importanti sotto tale aspetto consiste nell'unione dei nuclei di due atomi leggeri, isotopi dell'idrogeno, deuterio e trizio, in uno più pesante. In questo tipo di reazione il nuovo nucleo costituito ed il neutrone liberato hanno una massa totale minore della somma delle masse dei reagenti con conseguente liberazione di un'elevata quantità di energia che conferisce al processo caratteristiche fortemente esotermiche.
Affinché avvenga una fusione tra due nuclei, questi devono essere sufficientemente vicini in modo da permettere che la forza nucleare forte predomini sulla repulsione coulombiana (i due nuclei hanno carica elettrica positiva e quindi si respingono): ciò avviene a distanze molto piccole, dell'ordine di qualche femtometro (10-15 metri). L'energia necessaria per superare la repulsione coulombiana può essere fornita ai nuclei portandoli in condizioni di altissima pressione (altissima temperatura e/o altissima densità).
La fusione nucleare, nei processi terrestri, è usata in forma incontrollata per le bombe a idrogeno e, in forma controllata, nei reattori a fusione termonucleare, ancora in fase sperimentale.
L'energia potenziale totale di un nucleo è notevolmente superiore all'energia che, ad esempio, lega gli elettroni al nucleo. Pertanto l'energia rilasciata nella maggior parte delle reazioni nucleari è notevolmente maggiore di quella delle reazioni chimiche. Ad esempio l'energia di legame dell'elettrone al nucleo di idrogeno è di 13,6 eV mentre l'energia che viene rilasciata dalla reazione D-T mostrata in seguito è pari a 17,5 MeV, cioè più di un milione di volte superiore. Con un grammo di deuterio e trizio si potrebbe quindi produrre tanta energia quanta con 11 tonnellate di carbone.
Le tipologie di atomi interessati dal processo di fusione nucleare, in natura e in ingegneria, sono gli isotopi dell'atomo di idrogeno, caratterizzati da minimo numero atomico a cui corrisponde la minima energia di innesco. Tuttavia all'interno delle stelle più grandi è possibile anche la fusione di elementi più pesanti, si ritiene fino al ferro.
La fusione nucleare se controllata potrebbe risolvere la maggior parte dei problemi energetici sulla terra, perché potrebbe produrre quantità pressoché illimitate di energia senza praticamente emissioni di gas nocivi o gas serra, e senza la produzione di scorie radioattive ad esclusione del trizio e di polveri radioattive. La piccola quantità di radioattività residua interesserebbe solo alcuni componenti del reattore a fusione, peraltro facilmente rimpiazzabili; i tempi di dimezzamento della radioattività residua sarebbero però confrontabili con la vita media della centrale (decine d'anni). La quantità di deuterio e trizio ricavabile da tre bicchieri di acqua di mare e due sassi di medie dimensioni potrebbe supplire al consumo medio di energia di una famiglia di 4 persone. Purtroppo oggi non siamo ancora in grado di sfruttare la fusione nucleare per produrre energia in modo commerciale.
Negli ultimi sessant'anni è stato profuso un notevole sforzo teorico e sperimentale per mettere a punto la fusione nucleare per generare elettricità e anche come sistema di propulsione per razzi ben più efficiente dei sistemi basati su reazioni chimiche o sulla reazione di fissione. Al momento il progetto più avanzato per la realizzazione di energia elettrica da fusione è ITER: un reattore a fusione termonucleare (tokamak). ITER è un progetto internazionale cooperativo tra Unione Europea, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti d'America, Corea del Sud e India.
Per poter spingere a fondere atomi di idrogeno in maniera controllata all'interno di un reattore o, più in generale, di una camera, il combustibile deve essere innanzitutto confinato spazialmente attraverso opportune tecniche, al fine di conferire ad esso le caratteristiche fisiche ideali espresse nel criterio di Lawson.
Confinamento inerziale:Il combustibile nucleare può essere compresso all'ignizione con un bombardamento di fotoni, di altre particelle o, naturalmente, tramite un'esplosione. Nel caso dell'esplosione, il tempo di confinamento risulterà essere abbastanza breve. Questo è il processo usato nella bomba all'idrogeno, in cui una potente esplosione provocata da una bomba a fissione nucleare comprime un piccolo cilindro di combustibile per fusione.
Nella bomba all'idrogeno, l'energia sviluppata da una testata nucleare a fissione viene utilizzata per comprimere il combustibile, solitamente un miscuglio di deuterio e trizio, fino alla temperatura di fusione. L'esplosione della bomba a fissione genera una serie di raggi X che creano un'onda termica che propagandosi nella testata comprime e riscalda il deuterio e il trizio generando la fusione nucleare.
Altre forme di confinamento inerziale sono state tentate per i reattori a fusione, incluso l'uso di grandi laser focalizzati su una piccola quantità di combustibile, o usando gli ioni del combustibile stesso accelerati verso una regione centrale, come nel fusore di Farnsworth-Hirsch o nel fusore Polywell.
Confinamento magnetico
Un plasma è costituito da particelle cariche che possono quindi essere confinate da un appropriato campo magnetico. Molti campi magnetici possono essere impiegati per isolare un plasma in fusione, tuttavia il plasma interagisce con il campo magnetico influenzando l'efficienza del confinamento e riscaldando il sistema. Due sono le geometrie che si sono rivelate interessanti per confinare plasmi per fusione: lo specchio magnetico ed il toro magnetico. Lo specchio magnetico è una configurazione "aperta", cioè non è chiusa su se stessa, mentre il toro (una figura geometrica a forma di "ciambella") è una configurazione chiusa su se stessa intorno a un buco centrale. Varianti del toro sono le configurazioni sferiche, in cui il buco al centro del toro è talmente piccolo, da scomparire totalmente.
Ognuno di questi sistemi di confinamento ha diverse realizzazioni che differiscono tra loro nell'enfatizzare l'efficienza del confinamento o nel semplificare i requisiti tecnici necessari per la realizzazione del campo magnetico. Storicamente, la ricerca sugli specchi magnetici e su altre configurazioni aperte (bottiglie magnetiche, "pinch" lineari , cuspidi, ottupoli, ecc.) ha avuto un grande sviluppo negli anni 1960-1970, ma poi è stata abbandonata per le inevitabili perdite di particelle agli estremi della configurazione. Invece, una variante dei sistemi toroidali, il tokamak, è risultato essere una soluzione inizialmente più semplice di altre per un'implementazione da laboratorio. Ciò l'ha reso il sistema su cui la ricerca scientifica in questo settore ha mosso i suoi passi più significativi. Attualmente il più promettente esperimento in questo campo è il progetto ITER. Esistono comunque delle varianti di configurazioni toroidali, come lo stellarator (che è caratterizzato dall'assenza di un circuito per generare una corrente nel plasma) e il Reversed-field pinch (RFP).
Un reattore nucleare a fusione è un ipotetico sistema in grado di gestire una reazione di fusione nucleare in modo controllato. Allo stato attuale non esistono reattori nucleare a fusione operativi per produrre energia elettrica ma gli unici impianti operativi sono impianti di ricerca in grado di sostenere la reazione di fusione nucleare per un tempo molto ridotto.
Essendo la fusione nucleare una forma di energia molto interessante che potrebbe in teoria fornire energia all'umanità per un tempo illimitato[1] si stanno effettuando ingenti investimenti in questo tipo di reattori anche se si ritiene che i primi impianti potranno essere operativi intorno al 2050[2].
Sviluppi attuali e futuri
Tra i vari progetti di ricerca il più ambizioso attualmente è il progetto internazionale ITER. Il progetto ITER punta a sviluppare un reattore sperimentale in grado di sostenere una reazione di fusione nucleare per diversi minuti. Il progetto ITER ha un budget di 10 miliardi di Euro[3] e va sottolineato che non mira a produrre direttamente energia elettrica ma punta a dimostrare la capacità dell'impianto di sostenere una reazione nucleare controllata basata sulla fusione nucleare che produca più energia di quanta ne consumi[4].
La produzione di energia elettrica verrà demandata al progetto successivo chiamato DEMO. DEMO si avvantaggerà dell'esperienza derivata dal progetto ITER e integrerà il reattore con tutte le infrastrutture necessarie alla produzione di energia elettrica in modo efficiente. Per ottenere una buona resa energetica il reattore del progetto DEMO dovrà essere necessariamente più grande del reattore ITER anche se le dimensioni definitive sono ancora oggetto di studio.
Dopo lo sviluppo del progetto DEMO si potrà progettare delle centrali nucleari a fusione per uso industriali che quindi tengano in debita considerazione anche gli aspetti economici legati alla realizzazione delle suddette centrali e che quindi siano convenienti anche dal punto di vista economico. La denominazione provvisoria in ambito europeo del progetto successivo a DEMO è PROTO.
Vantaggi:La reazione di fusione nucleare produce, come unico tipo di scoria, 4He che è un gas inerte e assolutamente non radioattivo (secondo la fisica nucleare è il nuclide più stabile possibile), inoltre le centrali a fusione nucleare non produrrebbero energia tramite combustione di combustibili fossili e quindi non inquinerebbero l'atmosfera e, soprattutto, non incentiverebbero l'effetto serra (di fatto non avrebbero emissioni di pericolosità rilevante). Inoltre dovrebbero essere in grado di ottenere grandi quantità di energia (la taglia prevista per DEMO è di 1000 MWe, per le centrali successive l'orientamento attuale è di non superare tale taglia unicamente per motivi infrastrutturali). Il peggior isotopo che potrebbe essere disperso nell'ambiente è il trizio che ha un tempo di dimezzamento di 12,3 anni, un periodo molto ridotto rispetto ad alcuni isotopi prodotti dalle centrali a fissione che possono dimezzarsi in migliaia di anni.
Dal punto di vista della sicurezza le centrali a fusione con confinamento magnetico, come ITER e DEMO, non hanno nessuna possibilità di avere un comportamento per cui la reazione può continuare in assenza del contenimento del plasma. Questo garantisce molto nei confronti delle centrali a fissione, che comunque si basano su reazioni nucleari in cui è possibile avere una reazione a catena. Inoltre il fatto che i prodotti di reazione siano assolutamente inerti dal punto di vista nucleare implica che l'eventuale presenza di nuclidi radioattivi sarà limitata solo alla parte strutturale dell'impianto, quindi la mobilitazione (cioè l'immissione nell'ambiente) di tali nuclidi sarà limitata dall'energia già disponibile prima dell'eventuale incidente nell'impianto stesso. In parallelo a questa considerazione, i materiali utilizzati per la costruzione della centrale dovranno essere tali da garantire un decadimento di eventuali nuclidi che possano formarsi tale che entro 100 anni non presentino alcun rischio radioattivo.
Gli svantaggi:La fusione richiede temperature di lavoro elevatissime, tanto elevate da non poter essere contenuta in nessun materiale esistente. Il plasma di fusione viene quindi confinato grazie all'ausilio di campi magnetici di intensità elevatissima. D'altra parte, per raggiungere le alte temperature necessarie a innescare e sostenere la reazione, vi sono varie tecniche possibili. Una delle più promettenti consiste nel concentrare sul plasma in cui deve avvenire la reazione di fusione fasci di onde elettromagnetiche ad elevata frequenza, comunque inferiore alla frequenza della luce visibile. Uno dei problemi attualmente (2007) più studiati è la costruzione delle antenne necessarie a generare questi fasci in ITER. Il tutto rende il processo difficile, tecnologicamente complesso e dispendioso.
I materiali che entrano nella reazione sono il deuterio, facilmente reperibile in natura, ed il trizio, che invece, a causa del suo breve periodo di decadimento, non è presente in natura. Questo comporta che sia la centrale a dover generare la quantità di trizio richiesta per le reazioni nucleari che dovranno produrre energia (per ITER è prevista una richiesta di trizio di circa 250 g/d, mentre per DEMO, che dovrà funzionare in continuo, la richiesta sarà sensibilmente più elevata). Pertanto uno dei componenti chiave della futura centrale energetica a fusione sarà il blanket, che è la parte di centrale in cui i neutroni di reazione.
A) I reattori tradizionali sono basati sul principio della generazione di calore dal nocciolo, il luogo dove avviene la reazione di fissione nucleare. Il calore a sua volta produce forza-vapore in grado di muovere turbine per generare elettricità. Il combustibile per ottenere la fissione dell'atomo è l'uranio arricchito. Le temperature medie di funzionamento oscillano intorno ai 330° C. Questa tecnologia produce scorie nucleari, la cui radioattività può durare migliaia di anni (anche 100.000). I reattori tradizionali sono stati anche teatro d'incidenti durante la loro storia, quello più grave accaduto a Chernobyl nel 1986.
B) I reattori di nuova generazione
I nuovi reattori nucleari a fissione prendono spunto dall'esperienza passata. Sono molto più sicuri dei reattori tradizionali, in caso di incidente le conseguenze sono minimizzate da doppi apparati di sicurezza basati sia su sistemi automatizzati e su principi fisici. Citiamo due reattori utilizzati nelle centrali nucleari di nuova generazione.
Nel reattore "a spettro veloce" il nocciolo è immerso nel sodio liquido, capace di scongiurare la dispersione di calore in caso di incidente. Il combustibile è il medesimo (uranio liquido) delle centrali tradizionali. Il problema delle scorie radioattive non viene risolto. La temperatura media è superiore ai reattori tradizionali e raggiunge circa 500°.
Nel reattore "a letto di sfere" il nocciolo è composto anche da grafite per garantire la resistenza fino a 1600°. Il Sud Africa realizzerà un prototipo di questo reattore nel 2006. Questo reattore, pur non eliminando il problema delle scorie, ha il pregio di non produrre plutonio (materia prima dell'industria bellica di armi atomocihe). Il reattore utilizza come combustibile l'ossido di uranio con elementi di grafite.
3.la loro protezione da eventuali attacchi terroristici e il rischio di proliferazione delle armi nucleari:
I siti di stoccaggio o dove si trovano gli scarti devono essere protetti per scopi bellici o terroristici. Il terrorismo nucleare è diventata una realtà evidente.Si potrebbe costruire una bomba ad alta quota che può fermare tutto o tutti,e provocare danni inimmaginabili. L'AIEA nel 2002,in una conferenza internazionale,afferma che le centrali nucleari non sono in grado di resistere ad atti di guerra e che esistono impianti senza guardie a protezione dei depositi di materiale utile per la realizzazione di ordigni nucleari. Alla fine del 2003 si calcola che ci siano in tutto il mondo 3600 tonnellate di materiale fissile. Questo materiale è appettibile per i terroristi. E gli spostamenti necessari a portare a destinazione l 'Uranio dopo la sua estrazione e i residui radioattivi allo smaltimento sono momenti di particolare criticità sia per eventuali furti che attentati. Una soluzione potrebbe essere quella di adottare un ciclo chiuso all'interno dei siti delle centrali. I depositi e le centrali sono da considerare un facile obiettivo sia per prendere materiali che per attentati. Dal 1993 sono stati individuati 750 casi di traffico illegale di materiale radioattivo,e ben 11 hanno riguardato materiale nucleare. Questo fatto è stato denunciato tanto dall'AIEA,visto che manca una legislazione comune a livello mondiale e di misure di sicurezza più incisive che risultano insufficienti nonostante gli sforzi. Ma gli stati non lavorano congiuntamente su questo punto. Esiste un rapporto tra nucleare militare e civile,cioè parte di questo materiale viene usato per produrre bombe. Non si può controllare la reale quantità presa e non c'è un limite sull'uso di queste sostanze. Alla fine della guerra fredda sono state ritirate dal servizio un gran numero di testate nucleari,ma non si sa se sono state smantellate. Si tratta di materiale fissile utile per la costruzione di bombe “custodite” in ambienti non protetti e senza condizioni di sicurezza adeguate. Il clima di tensione,invece di moderare l'uso,ha provocato l'effetto contrario,dove gli Usa,con le guerre di Afghanistan e Iraq hanno potenziato questo armamento. I test nucleari francesi hanno fatto aumentare i casi di cancro alla tiroide nelle isole della Polinesia. Il sospetto non è nuovo, la certezza è arrivata pochi giorni fa: un'équipe di ricercatori transalpini assicura di aver stabilito "un legame fra le ricadute dovute ai test nucleari realizzati dalla Francia e il rischio di un cancro alla tiroide. Questo legame spiega un basso numero di tumori, ma è significativo". Ad affermarlo è un organismo ufficiale, l'Istituto nazionale della Sanità e della Ricerca medica (Inserm) per bocca di uno dei suoi direttori, Florent de Vathaire. I risultati completi saranno resi noti solo in settembre, ma l'annuncio ha creato scalpore nella Polinesia francese, dove le tensioni indipendentiste e il rancore contro gli esperimenti sull'atollo di Mururoa sono pane quotidiano.
Un'associazione che si batte da anni per il riconoscimento dei danni alla salute umana provocati dai test, l'Aven, ha detto che lo studio "rende ancor più insopportabile la tesi del ministero della Difesa e del governo sui "test puliti" e intollerabile il ricorso sistematico in appello contro le decisioni dei tribunali che indennizzano le vittime".
Secondo l'organizzazione, la Francia "è uno degli ultimi paesi a riconoscere la nocività dei test nucleari, mentre la legislazione degli Stati Uniti riconosce, dal 1988, 31 tipi di malattie, fra cui 25 cancri, che possono essere provocati dagli esperimenti su persone presenti in un raggio di 700 chilometri attorno al punto zero". Il ministero della Difesa, dal canto suo, ha preferito evitare qualsiasi commento: "Aspettiamo i dati definitivi della ricerca e agiremo in piena trasparenza", assicurano i responsabili della sicurezza atomica. Il professor de Vathaire sembra comunque sicuro del fatto suo. La ricerca è stata compiuta su 239 casi di cancro alla tiroide manifestatisi fra il 1966 e il 1999. La relazione fra questo tipo di tumore e i test è stata stabilita con la ricostituzione delle dosi di radioattività nell'aria e i dati meteorologici disponibili. Il numero di tumori direttamente riconducibili senza ombra di dubbio agli esperimenti è minimo, appena una decina, ma è il contesto ad essere senza appello: "La relazione è netta se si prende in conto la dose, qualunque sia l'età al momento dell'irradiazione. Ed è perfino rafforzata se si studia la dose ricevuta prima dei 15 anni e prima dei 10 anni".
Ma per quantificare con esattezza i danni dei test bisogna che il governo renda disponibili alcuni documenti dei servizi di radioprotezione dell'esercito, ancora coperti dal segreto militare. Inoltre, l'Inserm chiede fondi per approfondire gli studi. La ricerca è destinata a riaprire le polemiche, non solo nella Polinesia francese, ma anche in quei paesi del Pacifico, come l'Australia e la Nuova Zelanda, che si sono sempre battuti contro i test francesi.
L'avventura nucleare transalpina era iniziata il 13 febbraio 1960 nel Sahara: per sei anni, quattro test atmosferici e tredici sotterranei servirono a creare le basi della force de frappe. Quarant'anni fa, gli esperimenti furono spostati negli atolli di Mururoa e Fangataufa e sono andati avanti fino al gennaio 1996. Il 2 luglio 1966 viene fatta esplodere una bomba nucleare di 30 chilotoni, più potente di Little Boy, la bomba all'uranio che sconvolse Hisroshima e il mondo. Due anni dopo fu la volta della prima bomba H, di una potenza di mille chilotoni. In trent'anni, i francesi hanno realizzato nei loro territori polinesiani 193 test nucleari, 46 atmosferici e 147 sotterranei.
Un primo stop a questa pratica fu dato nel 1992 da François Mitterrand, che decise una moratoria sugli esperimenti. Nel giugno 1995, appena un mese dopo il suo arrivo all'Eliseo, Jacques Chirac annunciò la ripresa degli esperimenti per consentire alla Francia di mettere a punto la tecnica della simulazione e poi bandire definitivamente i test. Quella decisione suscitò reazioni durissime nel Pacifico, naturalmente, ma anche in Europa: di fronte alle accese polemiche nate in Italia, Chirac decise di annullare il vertice bilaterale in programma a Napoli. Dopo sei test contro gli otto previsti (l'ultimo ebbe luogo il 27 gennaio 1996), il capo dello Stato annunciò la fine della campagna e la firma del Trattato internazionale che vieta i test nucleari.
4.le riserve naturali sempre più scarse di Uranio :occorre fare i conti con le riserve di U235 (uranio fissile altamente radioattivo) che ci sarà ancora per pochi decenni,se la richiesta crescesse.
I costi di costruzione e di gestione degli impianti che non potrebbero essere sostenuti neanche da colossi energetici senza un sostanzioso aiuto statale: i politici ritengono che il nucleare sia una tra le fonti energetiche meno costose,ma la realtà è che i veri costi da sostenere negli ultimi decenni hanno scoraggiato i privati nell'investire in questa tecnologia. I costi,fino alla chiusura del ciclo del combustibile,dovrebbe essere accollati sulla collettività. Secondo il rapporto dell'università di Chicago,considerando tutti i costi,dall'investimento iniziale,dalla progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smantellamento delle scorie,il primo impianto nucleare che entra in funzione negli Usa prdourrà elettricità a 47-71 dollari per MW:h,escludendo qualsiasi sovvenzione statale,contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale. C'è il costo della materia prima e dell'intero ciclo del combustibile;le risorse di Uranio sono disponibili in quantità sufficiente per continuare la produzione di energia nucleare a lungo termine e a costi stabili. Il costo delle altri fonti di energia dovrebbe salire in modo non realistico affinchè il nucleare diventi competitivo. Di solito l'impianto raramente funziona a pieno regime(di solitoil 58 %,poi si rischia) visto che tali impianti periodicamente devono essere fermati per controlli di sicurezza. Ci si dovrebbe essere durata della vita massima,miglioramento della tecnologia,costi d'esercizio e dell'energia. Gli stanziamenti iniziali dell'India previsti per gli ultimi dieci impianti sono aumentati del 300 %. Il prezzo di un Kw.h nucleare ammonta a 6.1 centesimi di euro,secondo prudenti studi del ministero dell'energia degli Usa,includendo una stima dei costi di confinamento delle scorie. Lo sviluppo di centrali nucleari di terza e quarta generazione aumenta l'efficienza e riduce i costi raddoppiando la vita utile delle centrali. Da decenni nessuna azienda privata ha pensato di costruire una nuova centrale,se non dove sussistono ingenti sovvenzioni statali in seguito a una precisa scelta politica che senza contributi statali non avrebbero alcuna convenienza economica,se non in casi particolari. I costi esterni sarebbero ridotti in termini di ambiente e di persona ed il costo principale,delle scorie e dei rifiuti radioattivi in siti sicuri,presenta incognite insuperabili. Alcune stime nel Regno Unito per i costi esterni(salute pubblica,danni materiali ed effetto serra) ammontano a 0,25 centesimi di euro al Kw.h.
Poi ci sono i costi di assicurazione:non ci sono società di assicurazioni per gravi incidenti nucleari. Nel 2005 il governo Usa ha fissato a 300 mln di dollari la cifra massima stipulabile per un'assicurazione in questo campo,mentre il rischio di una grave incidente nucleare sarebbe molto maggiore. I governi e le banche dovrebbero sostenere le spese assicurative.
La legge price-anderson act è fondamentale nella risoluzione della questione della responsabilità per gli incidenti nucleari e stabilire che gli operatori individuali sono responsabili per due livelli di copertura assicurativa.C'è l'obbligo per ogni sito nucleare di sottoscrivere una polizza con copertura di 300 mln di dollari presso assicuratori privati ed a tutti gli operatori di reattori viene finanziata con pagamento retroattivo fino a 96 mln di dollari per ogni reattore,raccolte in rate comune di 1 mln e adeguate tenendo conto dell'inflazione.
Il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (es. in Francia 0,015 € per chilowattora). Riprendendiamo una tabella comparativa del 2003 per rendere meglio l'idea:
0,02 € centrali idroelettriche esistenti
0,02 € carbone
0,03 € nucleare
0,04 € gas
0,05 € biogas
0,07 € geotermico
0,07 € eolico
0,07 € nuove centrali idroelettriche
0,12 € celle a combustibile
0,57 € fotovoltaico
(dati costo medio KWora in euro)
Il costo variabile dell'energia nucleare può trarre in inganno poiché non include l'intera spesa che il pubblico deve sostenere per realizzare, gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Questi i principali handicap:
Una centrale nucleare necessita un lungo periodo di tempo per essere costruita (in media 10 anni). In questo lungo periodo di tempo vanno poi aggiunti i costi oppurtunità, ossia le perdite "potenziali" pari al tasso di interesse perso se i fondi fossero stati depositati in banca o occupati in altre attività economiche.
Le centrali nucleari producono rifiuti radioattivi (scorie) la cui gestione è ancora un capitolo aperto per l'intero occidente. Soltanto gli Usa, dopo oltre 25 anni di studi, hanno realizzato una soluzione definitiva realizzando un deposito in profondità (geologico) in cui stoccare le scorie radioattive. Il deposito negli Usa sarà dedicato solo alle scorie di II grado mentre resta ancora incerto il destino delle scorie di III grado (ad alta radioattività) stoccate temporaneamente all'interno delle centrali nucleari.
Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare va considerato anche il costo del suo smantellamento, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive.
Esempio. per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni '60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti.
Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l'International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari.
In conclusione
Chi produce l'energia nucleare? Sono circa 438 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti:
104 negli USA
59 in Francia
53 in Giappone
Complessivamente, le centrali nucleari nel mondo producono 352 gigawatt, pari al 16% della fornitura globale d'energia. Un dato consistente ma ben lontano dai 1000 gigawatt stimato negli anni '70 per i nostri anni. L'incidente di Chernobyl negli anni '80 frenò l'ottimismo verso l'energia nucleare per la consapevolezza delle gravi conseguenze in caso di incidente.
I paesi che soddisfano il proprio fabbisogno energetico interno tramite l'energia nucleare sono i seguenti:
Francia: 76% fabbisogno energetico interno
Paesi dell'Europa dell'Est: 40-50%
USA: 20%
Il caso della Francia è unico al mondo. Il 76% dei consumi energetici francesi sono soddisfatti mediante reattori nucleari. Seguono i Paesi dell'Est, le cui centrali nucleari obsolete identificano una pericolosa eredità del precedente regime sovietico. Desta attenzione il caso degli USA, il paese dove il nucleare è nato, dove la produzione di energia dal nucleare non supera ancora il 20%.
L'Europa soddisfa mediamente il 35% del proprio fabbisogno energetico interno tramite l'uso di centrali nucleari. Sul dato pesano fortemente i reattori nucleri francesi.
Nel futuro si prevede un minore impiego dell'energia nucleare?
Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto la situazione francese) secondo l'IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell'energia nucleare rispetto alle altri fonti di energia è destinato a ridursi entro il 2020.
Questa previsione trova conferma osservando l'evidente assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli ultimi venti anni. Fa eccezione la Finlandia, unico paese europeo ad avere in cantiere la costruzione di una nuova centrale nucleare. Sarà attiva entro il 2010 a Olkiluoto. Nel resto del mondo occidentale, Europa e America, non sono previste nuove centrali atomiche. In Svezia, Germania, Olanda e Belgio le attuali centrali continueranno a funzionare fino alla fine del ciclo produttivo, al termine del quale non saranno sostituite con altre di nuova costruzione.
Diversa è la situazione in Asia, dove sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). Recentemente l'effetto serra e il caro petrolio stanno rifacendo avvicinare all'energia nucleare anche i paesi occidentali. Il dibattito politico sul nucleare è in corso sia negli USA sia nell'Unione Europea.
Conclusioni:
Il Nucleare è una tecnologia che non è in grado di reggersi se non ampiamente sussidiata dallo stato. Lo dimostra il fatto che non si costruiscono centrali dove ha preso piede la liberalizzazione del mercato elettrico e dove i governi non intervengano con incentivi sostanziosi. Ma spesso anche questo non basta.Nessuna azienda energetica si può accollare un onere così elevato e per tutto il ciclo di vita dell'impianto,che comprende anche il costoso “decompossing”. Si usa tanta acqua,come nelle centrali elettriche,e questo,come in Russia,causa consegueze sanitarie ed ambientali. Non hanno emissioni di fumo,le emissioni vengono dal trattamento dell'Uranio e dall'estrazione mineraia. I costi sono sottostimati. Prima del nucleare,ci sono altre energie che possono combatttere meglio,in qualità di sicurezza ambientale e civile:eolica,fotovoltaico,maree,co-generazione,micro idro,colture energetiche. Per esempio,l'eolico danese,con Vestas,iscrive 86,3 milioni di euro,rispetto agli inglesi del nucleare del British Nuclear fuels,con 80 mln di euro.
Il Piano emissioni italiano poi è stato bocciato nel 2008,da WWF,Greenpeace e Lega ambiente.
Ci sarà maggior costo per gli italian,mentre gli impianti Gip6 “possono recuperare i costi dell'acquisto delle quote di Co2 direttamente nella bolletta elettrica,attraverso la componente A3 riservata alle fonti rinnovabili.” Si privilegia il carbone rispetto alle altre energie,e questo porta squilibri ambientali visibili.
Anche gli incidenti sono costosi. Per Chernobyl sono andati in fumo 120 mld di dollari. La Finlandia,unico paese che ha un programma nucleare,è stata criticata dall'AIEA per aver sottofinanziato e aver mancato gli obiettivi del suo piano energetico sulle rinnovabili e ha visto aumentare il suo tasso di emissioni. L'energia nucleare,potrebbe affrettare il surriscaldamento terreste, che sarà diverso nelle varie zone della Terra.
Se il governo cedesse alle richieste dell'industria nucleare di sottoscrivere una capacità nucleare addizionale sarebbe il peggiore affronto al pubblico da quando la Enron scoprì la contabilità creativa o la Nigeria scoprì Internet. Ma Allora,c'è sempre un pericolo che le grandi gare vengano arrangiate dagli organizzatori.
Prima Piero Ostellino, sul Corriere di due settimane fa, poi l’Economist, e infine Franco Venturini, di nuovo sul Corriere, solo per citarne alcuni, tutti d’accordo a dire: un Iran dotato di armi nucleari rappresenta una minaccia per il mondo intero.
La logica sarebbe grosso modo la seguente: l’Iran, attraverso il suo presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha fatto recentemente delle dichiarazioni abominevoli circa il futuro di Israele. Il suo intento distruttivo e’ palese e, dunque, un Iran nucleare non potrebbe che attaccare Israele compiendo un “Olocausto nucleare”.
Tutto molto semplice. Oseremmo dire: fin troppo. Spieghiamoci meglio: se tutto fosse cosi’ semplice come costoro sembrano suggerire, allora non si capisce perche’ questa versione non sia ancora stata accettata da tutti, e soprattutto dal circolo accademico statunitense. Il motivo e’, anch’esso, molto semplice: questa versione e’ troppo semplice. Va bene per scrivere degli editoriali un po’ indignati e un po’ arrabbiati su quotidiani e riviste. Va bene per ottenere del facile consenso interno, va bene, insomma, per dare spiegazioni facili a questioni complesse. Ma di sicuro non supera l’asticella della mediocrita’ per essere presa seriamente da chi conduce la politica estera. Vediamo in breve quali sono i problemi di una simile interpretazione.
La vulgata vorrebbe un Iran impegnato a conseguire capacita’ nucleari per poter distruggere Israele. Un mezzo, la bomba, e un fine, la distruzione di Israele. Il problema e’ che l’Iran e’ impegnato nel nucleare dal lontano 1978, cioè prima della rivoluzione komehinista (anche allora si diceva che nel giro di poco tempo il Paese avrebbe raggiunto le capacita’ nucleari: sono passati trent’anni e siamo ancora qui a dire che l’Iran e’ vicino al nuclear tipping point…).
Questo ovviamente e’ un problema secondario, perche’ il rilancio del programma nucleare iraniano e’ avvenuto in modo massiccio nel 2003. Anche allora l’Iran voleva distruggere Israele? La retorica fondamentalista era di sicuro piena di odio per lo Stato ebraico, ma nel 2003 accadde qualcosa di piu’ importante. Gli USA abbatterono in men che non si dica il regime di Saddam Hussein. Vittoria militare devastante (non ancora politica). A Tehran capirono subito cio’ che si rischiava (leggi: fare la fine di Saddam) e fecero una proposta: riconoscimento di Israele, pacificazione con Washington, stop a tutti i programmi nucleari iraniani. Gli USA risposero con le famose parole di Wolfowitz e Perle: “ora tocca a Siria a Iran”.
Il regime iraniano sara’ anche non democratico, illegittimo, guerrafondaio. Ma se ci si mette per un solo momento nei suoi panni non e’ difficile capire che, in fondo, l’opzione nucleare era l’unica minimamente logica di fronte alla minaccia americana - essendo l’esercito iraniano poco piu’ che un gruppo di soldati male addestrati e poco armati (Cordesman, 2005). In altre parole, di fronte ad una minaccia reale di attacco militare, l’Iran aveva una sola opzione percorribile, quella nucleare. Essa, infatti avrebbe consentito al Paese di difendersi efficacemente, a costi ben piu’ ridotti e in tempi molto piu’ brevi di quanto non avrebbe permesso l’opzione convenzionale
Ricapitolando: l’Iran era debole e minacciato e pertanto propose un accordo agli USA, ma questo fu rifiutato con una esplicita dichiarazione bellicosa. La strada era obbligata: complicare la ricostruzione irachena per rallentare i piani americani e nel frattempo costruirsi un proprio arsenale nucleare. Se vogliamo concedere il dono dell’intelligenza ai nostri avversari, allora non si fa fatica ad affermare che una strategia simile e’ perfettamente razionale (si puo’ sempre negare, comunque, questa capacita’: la storia militare e’ piena di casi nei quali all’avversario e’ stato negato ogni barlume di intelletto. Va anche detto che davvero raramente una tale presunzione ha poi portato a delle vittorie militari e politiche).
A questo punto possiamo passare ad Israele. La vulgata vorrebbe che l’Iran, appena entrato in possesso di armi nucleari, sferrerebbe immediatamente un attacco contro Israele producendo un “Olocausto nucleare”, come ricorda il titolo del recente volume pubblicato dal direttore dell’Opinione, Arturo Diaconale. I termini sono molto evocativi, ma questa interpretazione fa fatica ad andare d’accordo con i fatti. Vediamo brevemente perche’. Ostellino, Venturini, Diaconale e molti altri partono da un assunto: l’Iran odia a tal punto Israele che, appena potra’, vorra’ distruggerlo. C’e’ un problema: l’Iran ha gia’ le capacita’ di distruggere Israele. L’Iran dispone infatti di armi chimiche e batteriologiche che, vista la ridotta dimensione dello Stato ebraico, basterebbero ampiamente per compiere un genocidio. La domanda allora e’: perche’ l’Iran non ha ancora attaccato? I sostenitori della tesi “l’Iran è il pericolo del mondo” non riescono a rispondere, o non almeno ci riescono senza finire in contraddizione con se stessi.
A questo punto, infatti, la questione diventa ben piu’ complicata e i ragionamenti si moltiplicano. Una possibile risposta potrebbe essere la seguente: l’Iran non ha ancora attaccato con armi chimiche perche’ subirebbe una risposta devastante, mentre quando avra’ armi atomiche potra’ fare ricorso alla deterrenza nucleare per evitare una risposta al suo attacco. Come si vede chiaramente, questo ragionamento non sta in piedi, in quanto, come ha detto il Presidente francese Jacques Chirac, se l’Iran attaccasse con armi nucleari Israele, dopo pochissimo Tehran e con essa tutta la terra iraniana scomparirebbe dalla faccia della Terra. Le altre possibili spiegazioni non sono molto piu’ solide.
Il problema di fondo dell’interpretazione di Ostellino & C., infatti, e’ che non spiega per quale ragione l’Iran dovrebbe attaccare Israele. O meglio: se l’obiettivo fosse la mera distruzione di Israele, non si spiega come mai, avendone i mezzi, l’Iran non abbia ancora agito - armi nucleari o meno. Se si afferma che, razionalmente, solo con le armi nucleari l’Iran potrebbe evitare di essere devastato, dopo il suo attacco su Gerusalemme, allora si nega sia il principio della deterrenza (appunto il non uso, che l’Iran non rispetterebbe per primo) che quello della ragione (invocato poc’anzi) in quanto non si capisce bene cosa, in senso prettamente utilitaristico, l’Iran vorrebbe ottenere con un gesto simile.
Nel film Spiderman, lo zio Ben dice al giovane supereroe: “With great power comes greater responsability“. Kenneth N. Waltz implicitamente era gia’ arrivato alla stessa conclusione quando disse che disporre di armi nucleari comporta soprattutto delle responsabilita’ (1981). Responsabilita’ che se non si e’ in grado di gestire porteranno a grossi guai. Si potrebbe ovviamente rispondere con il ritornello della follia dei leader iraniani. Facciamo un passo indietro nella storia e vediamo se c’e’ qualche lezione interessante. Le potenze nucleari al mondo non sono molte. Un po’ piu’ alto e’ il numero di dittatori sanguinari nel corso del secolo passato. Le due categorie si sono incrociate solo due volte: con Mao e Stalin. Stalin sarebbe poi morto subito dopo l’acquisizione di capacita’ nucleari. Mao, invece, avrebbe avuto a propria disposizione per lungo tempo l’arsenale atomico cinese. Ahmadinejad sembra pazzo. Mao non era da meno. Parlando del percorso nucleare cinese, Mao disse che la Cina aveva 600 milioni di abitanti. Un attacco nucleare contro il suo Paese non avrebbe portato piu’ di 300 milioni di vittime. Quindi la Cina avrebbe potuto tranquillamente continuare la sua esistenza e la sua lotta all’imperialismo capitalista. Affermazioni del genere fanno venire ovviamente i brividi. Mao pero’ le fece prima - non dopo - l’acquisizione di armi nucleari. Dopo aver raggiunto lo status atomico, infatti, segui’ un corso molto piu’ moderato. Verrebbe da dire “responsabile”. Nessuno si e’ mai preoccupato della minaccia nucleare cinese: eppure, per tutti gli anni Sessanta, la Cina operava attivamente per la rivoluzione proletaria mondiale (politica estera straordinariamente simile a quella iraniana).
In questo nostro breve articolo abbiamo voluto sottolineare la debolezza della tesi sostenuta da Ostellino, Venturini e tutti coloro che concordano con la tesi “l’Iran è il pericolo del mondo”. La tesi, infatti, sovrappone due argomenti diversi, confondendo i piani di analisi. Un conto e’ dire che le armi nucleari rappresentano intrinsecamente una minaccia per l’umanita’. Un altro conto e’ dire che sono tali solo in mano ad un dittatore nazionalista e fondamentalista. Nel primo caso, la soluzione non consisterebbe nell’impedire all’Iran di acquisire la potenzialita’ atomica, ma bensi’ nell’abolire completamente gli armamenti nucleari. Se un Iran dotato di armi atomiche e’ pericoloso, non lo e’ di meno qualunque paese che ne disponga: chi ci puo’ assicurare che, per un banale errore umano, ci siano dei catastrofici incidenti in basi israeliane o indiane, o a bordo di sottomarini nucleari russi o americani? Chi ci puo’ assicurare che una base civile non venga manomessa? Nessuno e nessuno.
Un caso ben diverso e’ dire che le armi nucleari rappresentano un pericolo solo in mano all’Iran: e questa e’ un’affermazione dubbia e ambigua in quanto, finora, le ragioni della corsa nucleare iraniana non si trovano nell’odio verso Israele, bensi’ nella politica estera americana. Senza contare che la tesi che qui abbiamo criticato non riesce a restare integra senza finire in contraddizione: da una parte, l’Iran avrebbe gia’ le capacita’ per distruggere Israele, ma non ha ancora proceduto, inspiegabilmente, in tal senso. E dunque l’ipotesi del mero odio cade repentinamente. Dall’altra, se nel discorso si inserisce la razionalita’, allora non si comprende quale fine l’Iran voglia perseguire con la distruzione di Israele (se non la sua successiva auto-distruzione).
Insomma: i rischi sono indipendenti dall’Iran, e inoltre Tehran, allo stato dei fatto, non ha una ragione credibile per distruggere Israele (si noti: qui si assume che gli Ayatollah siano persone razionali. Puo’ benissimo essere che non lo siano. Ma allora la soluzione alla loro pazzia non e’ certamente l’esportazione della democrazia o una guerra preventiva).
Tutte queste parole, forse, possono essere riassunte semplicemente con il titolo di un articolo di Kenneth N. Waltz, lo studioso di Hume e Kant che ha fondato le Relazioni Internazionali: Nuclear Myths and Political Realities (1990).
Ancora oggi, non a caso, i miti e le leggende tendono drammaticamente ad oscurare la realta’ dei fatti che sono sempre piu’ complessi di quanto le spiegazioni semplici ci possano far credere
Il programma nucleare iraniano risale ai tempi dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Fu interrotto durante gli anni della guerra con l'Iraq (1980-1988). In ogni caso l'Iran dispone di tecnologia nucleare da circa una ventina di anni grazie anche all'aiuto russo e soprattutto pakistano (e indirettamente anche nordcoreano).
Secondo alcune indiscrezioni giornalistiche, pare inoltre che una cellula di studio sia stata attivata al Pentagono al fine di riuscire a mettere in atto un intervento militare contro l'Iran a sole ventiquattro ore dalla dichiarazione di guerra anche se un eventuale raid aereo sui siti nucleari iraniani presenta, allo stato attuale delle cose, molte incognite di carattere militare, politico ed economico.
Il direttore generale dell'AIEA è giunto a Teheran con l'obiettivo di fermare il programma nucleare iraniano, ma l'accoglienza (diplomatica) non è stata delle migliori. La missione di Mohamed El Baradei in Iran, infatti, non ha mutato le intenzioni dell'Iran riguardo le ricerche in campo atomico.
Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, infatti, ha respinto la richiesta, a riguardo, delle Nazioni Unite di fermare il programma di arricchimento dell'uranio, primo passo verso la produzione di energia atomica, ma anche di bombe nucleari.
Il report è illuminante e in qualche modo anche scioccante da leggere. Inizia in modo brutale: “una Repubblica Islamica dell’Iran con capacità nucleari non è sostenibile strategicamente”. Si riferisce, ovviamente, alle disastrose conseguenze di un Iran in possesso di armi nucleari: “Lo sviluppo nucleare iraniano potrebbe rappresentare la principale minaccia strategica per gli Usa durante la prossima amministrazione”. E ancora: “Una Repubblica Islamica governata da un regime clericale potrebbe minacciare la regione del Golfo Persico e le sue vaste risorse energetiche, dare il via alla proliferazione nucleare in tutto il Medio Oriente, rendere il mercato globale dell’energia ancora più volatile di adesso, rafforzare gli estremisti già presenti nella regione destabilizzando al contempo Stati come l’Arabia Saudita, fornire tecnologia nucleare ad altri regimi radicali o terroristi (anche se c’è da dire che l’Iran potrebbe esitare nel condividere tecnologia nucleare rintracciabile) e, infine, tentare di portare a compimento i suoi piani di distruzione dello Stato d’Israele”.
“La minaccia posta in essere dalla Repubblica Islamica dell’Iran non è solamente di tipo diretto, ma rappresenta anche una potenziale aggressione verso Stati affini. L’Iran rimane infatti il più importante sponsor del terrorismo mondiale e il suo raggio d’azione si estende da Buenos Aires a Baghdad”. In un certo senso il report è ostentatamente ottimista visto che “crediamo che un realistico, robusto ed esaustivo approccio – che incorpori nuovi mezzi diplomatici, economici e militari in modo integrato – potrebbe impedire all’Iran l’acquisizione di armi nucleari”. Non è comunque chiaro se gli estensori del report credano veramente in una simile eventualità. Scrivere un documento in cui si annuncia senza prove certe la fine dei giochi, e che non c’è più niente da fare a parte la diretta azione militare, sarebbe stato inconcepibile. Farlo sarebbe anche andato contro la stessa grana ottimistica della vita pubblica americana.
D’altro canto, il documento non manca di fornire prove schiaccianti a favore del pessimismo. Tanto per iniziare, il report dichiara piuttosto esplicitamente che nessun approccio che non sia molto, ma molto più duro dal punto di vista delle sanzioni economiche possa funzionare. Questo dovrebbe fare in modo che il prezzo per continuare a perseguire un arsenale nucleare diventi troppo elevato e, allo stesso tempo, che gli incentivi di una normalizzazione diventino più attraenti per Teheran. Lo stesso studio, però, mette bene in chiaro che sanzioni più dure non possono funzionare senza la totale collaborazione e l’entusiastica implementazione delle stesse non solo da parte degli Usa ma anche dell’Unione Europea, della Russia, della Cina e degli altri Stati del Golfo Persico.
In quella che si può considerare una dichiarazione (tra le righe) spettacolare, il report fa seccamente notare che i recenti avvenimenti in Georgia potrebbero rendere la cooperazione russa più difficile da ottenere. Nel corso della nostra discussione, lo stesso Rubin mi ha rivelato di credere che i Russi pensano di trovarsi una situazione di tipo “win-win” (in un gioco a somma zero equivale a dire che qualsiasi mossa porta alla vittoria, ndt). Se Mosca continuasse a vendere agli iraniani la tecnologia nucleare farebbe un sacco di soldi, oltre ad esasperare gli americani. Se invece gli Usa o Israele portassero avanti un attacco agli stabilimenti nucleari iraniani, questo avrebbe un doppio effetto positivo per la Russia. Causerebbe grande imbarazzo internazionale per gli Usa, facendo in modo di alleggerire le pressioni che gli americani esercitano nei confronti della Russia sulla questione dei diritti umani o sul trattamento riservato alla Georgia. Oltre a ciò, un eventuale attacco contro Teheran, contribuirebbe a far alzare i prezzi delle materie energetiche e, visto che la Russia è un grande esportatore di energia, questo favorirebbe Mosca.
Un interesse personale illuminato e di lungo termine farebbe capire ai russi i pericoli che loro stessi dovrebbero affrontare alla presenza di un Iran atomico. Fino ad oggi, però, questo interesse personale, illuminato e di lungo termine è sempre mancato alla classe politica del Cremlino. Il report di Rubin è un documento impressionante ma anche estremamente realistico. In esso si riconosce la possibilità che la strategia proposta possa non funzionare. È molto difficile provare a immaginare il grado di unione d’intenti internazionale che sarebbe necessario per mettere in moto il piano.
Carlo cislaghi
fonti
www.wikipendia.org
www.qualenergia.it

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