donne bronzo 2025 europei

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giovedì 11 agosto 2022

Vincenzo Padula

 Vincenzo Padula nacque ad Acri nel 25 marzo 1819 da Carlo Maria ed Mariangela Caterino. Era una famiglia benestante ed Vincenzo si avviò al sacerdozio, studiando al seminario di Bisignano ed San Marco Argentato. Studiò classici ed seguì il romanticismo europeo. Nel 1843 divenne sacerdote ed scrisse Il monastero di Sambucina, dedicato a Domenico Mauro. In questo poema Teresa abbandona l'uomo amato e divenne monaca. Diventa la confidente di Eugenia, una bambina che viveva nel convento. Nel frattempo scopre che l'uomo abbandonato è diventato sacerdote e la madre Badessa gli rivela che Eugenia è la figlia di una suora, Gabriella, che si era unita con uomo contro la sua famiglia. Lei era morta ed la figlia chiede di diventare suora, essendo malata. Poi alla fine morì . Scrisse anche poesie sull'amore impossibile come Alla rondinella, Il giornale di Maria, I quindici anni ed Il Bacio. Nel 1845 scrisse il Valentino, un poema dove cercò di dipingere la società calabrese. 

Nel 1844  divenne anche giornalista e fu testimone della rivolta di Cosenza e della spedizione dei fratelli bandiera. Nel 1848 aderì alla rivolta antiborbonica e durante gli scontri ,perse il fratello Giacomo. Perse il sacerdozio dopo la battaglia di Capotenese e visse tra gli stenti. Nel 1848 scrisse l'Orco, un poema dove si scrive della favola di Petrosinella del Basile: l'orco sorprende una povera donna rubare nel suo giardino e le impone la cessione della figlia Ciliegina, in cambio della sua vita. L'orco si innamora della figlia ed la fanciulla si innamora di un principe prigioniero dell'Orco. Lei scappa col giovane ed durante la fuga lei rimase ferita da una donna. Il principe viene convinto dalla donna di essere Ciliegina trasformata in maleficio. Ciliegina divenne una colomba, arrivata in un convento ed viene convertita al cristianesimo. Lei alla fine ritrova il principe e si sposarono ed l'impostora venne perdonata. L'orco ritorna e dichiara il suo amore e il rimpianto per aver  Dio negato agli angeli il diritto all'amore coniugale.  Fece l'istitutore di famiglie liberaleggianti presso i Ferrara . Intanto tradusse l'Apocalisse. Nel 1854 si trasferì a Napoli ed pubblico l'Apocalisse e fondò il periodico Il secolo XIX. Scrisse Il distacco, i tre artisti, il cardello geloso ed inni sacri vari. Dopo l'unità d'Italia, gli venne assegnata una cattedra al liceo Vittorio Emanuele II di Napoli(1866-1878). Intanto fondò i giornali Il progresso ed il Bruzio, dove tra il 1864 ed il 1865 difende lo stato unitario dagli attacchi dei legittimisti, cercando di parlare di emancipazione del basso clero e dei contadini. La società calabrese in quel momento ha latifondisti, criticati da Padula anche per un legame filo-borbonico. Nel 1867 Padula divenne segretario di Cesare Correnti, ministro della pubblica amministrazione. Intanto scrisse saggi sulla cultura antica e letteraria, oltre ad elogiare il risorgimento con vari scritti. Il 8 gennaio 1893 morì ad Acri. 

ALLA SIG.RA IRENE VALIA nel suo onomastico 

 A te, che chiudi sotto chiome bionde 

 maturo senno e generosa mente,

 a te, su la cui fronte a l'ala ardente 

 del Genio la sua bianca Amor confonde;

 a te, il cui dotto e roseo labbro effonde 

 di sermoni diversi il suon fuggente,

 e chi ti ascolta dubbio fai sovente 

 se anche d'anime un coro in te s’asconde;

 a te, che bella come Palla e fiera,

 ad alti studi intendi, e protettrice

 sei d'ogni ingegno e d'ogni gloria vera, 

 ardo incensi, offro voti al dì felice 

 del tuo bel nome, e sappi che l'intera

 riconoscenza mia labbro non dice. 

 5 aprile 1854

ALL'AMABILE C. C. 

 Come al tempo genti! di primavera

 susurran mattutine aure amorose,

 la placida scuotendo ala leggera 

 sul fresco olente praticel di rose: 

 simili le tue voci armonïose 

 suonano in bocca assai più lusinghiera,

 ove par che incantando, aura si posa 

 di vezzi e grazie vergini una schiera: 

 e come ergonsi liete in su lo stelo 

 quelle dell'aure al genïal favore,

 il seno aprendo ai dolci rai del cielo, 

 così si desta ancor l'egro mio core, 

 e di mestizia dispogliando il velo,

 apresi alla speranza ed all'amore, 


SE FOSSI IO MAGO! (Acri — 1844) 

 Se fossi io mago! Un fresco zeffiretto 

 A gonfiarti le vesti io mi farei, 

 Le rose e i ggli a ti lambir del petto,

 A confonder coi tuoi gli aliti miei.

 Se fossi io mago! Il lume diverrei,

 Che, quando dormi, t'arde accanto al letto; 

 Da te nutrito e prigionier vivrei,

 Cangiandomi nel tuo rosignoletto. 

 Se fossi io mago! Nuvola leggera,

 In grembo ti tôrrei quando all'aurora 

 Cogli nell'orto i fior di primavera. 

 Trarriaci il vento dalla terra fuora;

 E tu, lontana da tua madr'austera, 

 Al tuo bel mago che diresti allora?

L'OCCHIO DI LEI

 Siccome l'ala d'una rondinella 

 S'apre ed abbassa e sopra il fonte oscilla, 

 Tal la palpèbra della mia donzella 

 Si chiude ed apre sulla sua pupilla; 

 Sulla nera pupilla, ove una bella 

 Imagine di Lei ristretta brilla 

 La qual rassembra sua minor sorella

 Prigioniera di brina entr'una stilla.

 Io m’affiso in costei tra ciglio e ciglio;

 Ella ride, e par dica: Or veder puoi

 Quant'io piccina alla maggior somiglio.

 Onde lascia la man, lascia il ginocchio, 

 Lascia la bocca, e 'l seno; e, se Lei vuoi

 Tutta quanta baciar, baciale l'occhio.



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