donne bronzo 2025 europei

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venerdì 12 agosto 2022

Mario Rapisarda

 Mario Rapisarda nacque a Catania il 25 febbraio 1844. I suoi genitori erano Salvatore, patrocinatore legale ed Maria Patti. La sua istruzione fu fatta da due preti ed  un frate. Imparò la grammatica, la retorica, la lingua latina ed in parte giurisprudenza

Scrisse l''ode a Sant'Agata all' età di 14 anni. Lesse Foscolo, Monti, Alfieri ed Leopardi. In età adolescente scrisse l'inno di guerra ,agli italiani ed un poemeto, Il Dione, legato alle battaglie di Magenta Palestro e Solferino. 

Divenne repubblicano ed mazziniano e nel 1863 pubblicò i Canti. Conobbe a Firenze Atto Vannucci, Andrea Maffei ed Giuseppe Regaldi. Il 15 dicembre 1870 divenne professore di letteratura italiana ed ebbe un matrimonio con Giselda Foianesi dal 1872 al 1883 ,che si separò per Giovanni Verga. Poi ebbe un avventura con la contessa Lara ed una relazione con Amelia Poniatowski Sabernich, conosciuta nel 1885. Nel 1868 scrisse lo Palingelesi relazionando la fede ed il progresso. Nel 1872 pubblico le Ricordanze, ispirato da Leopardi. nel 1875 pubblicò Catullo e Lesbia. Nel 1877 in Lucifero descrisse l'anticlericalismo. Nel 1883 scrisse Giustizia e poi Giobbe, poema storico-filosofico dove l'eroe assume il simbolo dell'umanità. Nelle poesie religiose del 1887 descrisse la religiosità naturalistica e nel 1888 scrisse gli Epigrammi. Nel 1888 venne incriminato per la poesia Duetto dalla magistratura di Venezia.   Nel 1894 pubblicò Atlantide, un poema con caricatura su Darwin,Marx e Newton. Nel 1902 pubblicò l'Asceta ed altri poemi. Per lui la scuola era un istituto di massima importanza nella vita pubblica, fucina di valori morali e palestra di educazione nei giovani .Nel 1912 morì a Catania. 


UNICA MEA!

 Sovra un bocciòl di rosa 

Vidi un'aurea farfalla in su'l mattino

 Posar l'ala amorosa,

 Libando i primi e più soavi odori; 

Poi su mill'altri fiori 

Del tacito giardino

 Alïando cogliea 

La dolce stilla iblea. 

Farfalla, le diss'io, 

Su cento fiori al dì tu posi il volo, 

Ma su la terra è solo 

Il fior de l'amor mio! 

Una raminga stella 

Apparir vidi al pallido occidente, 

E tremolante e bella 

Spargea di raggi nostra ombra terrena;

 Poi, come pria serena, 

Volgea tacitamente 

A illuminar lontane 

Sfere, al nostr'occhio arcane. 

O stella, le diss'io, 

Tu splendi in mille sfere, e volgi al polo, 

Ma splende per me solo 

La stella del cor mio! 

Per la campagna aprica 

Vidi un colombo candido e pietoso 

 Con la sua dolce amica

 Gioir la più ridente ora del giorno.

 A lor fec'io ritorno 

Co 'l verno tempestoso, 

E morti in un amplesso

 Eran nel nido istesso. 

Colombo, io dissi allora, 

Una è come la tua chi m'innamora, 

E come te vogl'io Morir con l'amor mio!

DUE FIORI. 

Gittai due fiori al vento 

Due piccioletti fior da un gambo uniti; 

Girâr, girâr sui zeffiri un momento,

 Caduti son, ma non si son partiti. 

Sovra lo stesso stelo, 

Sovra la stessa zolla, a la stess'ora, 

Bevvero insiem le miti aure del cielo, 

Tremàro al nembo e salutàr l'aurora. 

Poi tolti a la serena 

Terra e dal vivo cespite recisi, 

Vissero insiem l'estrema ora terrena,

 Son morti entrambi e non si son divisi

. E vuoi tu mai, fanciulla, 

Che lontano da te vivere io possa? 

Il destin presso a te mi diè la culla, 

Vuo' che amor presso a te mi dia la fossa.

A MADONINA

Ben sovra i fior d'aprile 

Care ti son le rose, 

O fanciulla gentile, 

Cui de le rose al pari 

I versi anco son cari. 

Tra le nitide foglie

 Le sue perle odorose 

La mite alba raccoglie; 

E succhi e miele insieme

 La parca ape ne spreme. 

Così, se fra le belle 

Labbra tu chiudi e suggi 

Le foglie tenerelle, 

Tesor d'aërei cibi 

Ne traggi e ne delibi. 

E dentro al cor, converso 

Da un Dio, per cui ti struggi. 

L'umor succhiato in verso, 

Dolce e fragrante il detto

 Sgorga dal vergin petto. 

Io per la bionda riva 

D'Arno, pensoso e solo

 M'aggiro, e al cor m'è viva 

Qualche memoria e il nero 

Fiore del mio pensiero. 

Ma spesso a l'ora bruna 

 Torno furtivo a volo 

Sovra la tua laguna,

 E a te chiedo, o pietosa, 

Qualche foglia di rosa.

UN GIUNCO

Sol soletto a la gioconda

 Fresca brezza del mattin 

Trema un giunco in su la sponda

 D'un argenteo ruscellin.

 Dentro al suol per via romita

 Lieto ei sugge il fresco umor,

 Nè gli cal se la sua vita 

Non ha fronda e non ha fior. 

Scherza il rivo a lui d'intorno. 

Sopra lui sorride il ciel; 

Guarda ei l'onda e notte e giorno, 

Ma fin lei non va il suo stel. 

Fresca, tersa e cristallina

 L'onda volvesi al suo piè; 

Lento lento egli si china, 

E par chiegga a lei mercè. 

Verso l'onda, verso il rivo 

Più si china e notte e dì, 

Già il saetta il raggio estivo, 

Già il suo verde inaridì; 

China, china, e dolce invito 

 Nel fuggir l'onda gli fa;

 Purchè a l'onda ei muoia unito 

Lascia il suolo e al mar sen va. 

Su quell'onda a l'aer nero 

Un pietoso astro brillò; 

Venne a l'alba un capinero, 

E così così cantò: 

Amor mio, dolce amor mio, 

Come il giunco io vuo' languir,

 Come il giunco in grembo al rio 

Vuo' baciarti e poi morir.

TEDIO

Con la foglia che cade

 Dal derelitto ramo,

 Coi fiori e le rugiade 

Cader cader io bramo; 

Cader rapido o lento 

Come mi caccia il vento. 

De le stagioni al volo 

Muta ogni cosa: or veste 

April di fiori il suolo, 

Or di nevi e tempeste

 Mugghiante, orrida piena

 Il verno irto scatena; 

Ma torba, inerte, occulta 

Qual'onda al sole ignota, 

Entro al tedio sepulta 

Sta la mia vita immota, 

E di fastidio indegno 

Sento morir l'ingegno. 

Oh! a questo viver vano 

Date le stelle e i fiori,

 L'ali dell'uragano, 

Dell'iride i colori, 

La possa al genio mio 

D'un dèmone o d'un Dio!

 Del vasto essere in grembo 

Turbinar voglio un'ora, 

Co 'l zeffiro o col nembo, 

Con gli astri o con l'aurora,

 Di sol cinto di gelo 

Correr la terra e il cielo.

 Poi stanco d'odî e d'ire, 

Di gioie e di tormenti 

Sognar, cader, sparire 

Con le stelle cadenti, 

Sognar, morir sul core

 Del mio lontano amore. 

La morale dell'arte

Discorso tenuto nella R. Università di Palermo, il 25 gennaio 1884. Vi è omesso l'esordio del tutto occasionale.

I


Lasciate ch'io vi discorra un po' dell'arte nè suoi rapporti con la morale, argomento prediletto a' critici del quarto d'ora, non senza seduzioni per il pubblico che si piace di temi sdrucciolevoli e pericolosi, e non privo affatto d'una tal quale utilità, perchè, a dirla schietta, e critici e poeti e scrittori d'ogni risma mi pare che giochino da un pezzo a non s'intendere. La questione è ormai ridotta agli estremi, tanto che si può tradurre senza molti complimenti in queste quattro parole: Poeti porci e critici bacchettoni. Da una parte si mugola: L'arte ha da essere sensuale; dall'altra parte si bela: L'arte ha da esser casta e pura; da un lato si vuol carne, sempre carne, non altro che carne, petti sgorganti, seni audaci, femori gloriosi, anche opulenti e tutto il resto: un macello addirittura; dall'altro lato si va in cerca del puro spirito, dell'ideale candido, del perfetto amore.

Adagio, miei cari signori, e non vadano in fretta. L'Arte ha da esser questo, ha da esser quest'altro; l'arte s'ha a fare così o s'ha a rifare cosà.

O se io facessi una famosa per quanto semplice scoverta, e vi dicessi alla buona: l'arte non ha a esser questo, ne quello: l'arte ha da esser se stessa: l'arte si può fare e rifare in tutti i modi, purchè riesca a una cosa sola: cioè, ad esser arte. Cosa semplicissima, sembra; eppure sta appunto qui l'arruffio. Cerchiamo un po'dipanarlo.

Da quando Galileo iniziò il metodo sperimentale studiando direttamente i fenomeni e sollevandosi a grado a grado alla comprensione delle leggi che governano la materia, le scienze naturali da prima e poi a una per volta tutte quante le scienze ebbero a risentire come una scossa violenta, come una energica spinta di titano alle spalle, e, volere o volare, furono costrette a mettersi in carreggiata e ad andare innanzi non più di qua e la per i viottoli ombrosi e le agevoli scorciatoie aperte dalla poltroneria metafisica nel campo dello scibile, ma per la via maestra e diritta, quantunque erta e faticosa, che conduce essa sola alla verità.

Con l'errore geocentrico, che fu il primo a darsela a gambe sotto gli occhi meravigliati dei fedeli, si dileguarono a mano a mano parecchi altri inganni creati un po' dalla paura del soprannaturale, alimentata dalle astuzie dei sacerdoti; ma un po' dall'umana superbia, acerbata dalla ciurmeria delle scuole; così che la nostra mente, libera alfine delle stolte speranze e dei codardi terrori, si potè con tutte le forze che la Natura le ha dato, addire alla investigazione immediata dei fatti assurgendo da questi alle ragioni che li promuovono e alle leggi universali che li governano.

La rivoluzione passò a poco a poco dal campo fisico al campo morale; il concetto della necessità, quale forza suprema indeprecabile che regola i moti, i rapporti e l'esistenza degli esseri, fu invocato a spiegare i fenomeni dei corpi e i fenomeni dell'anima. La Natura, già spezzettata in mille frammenti, come una bella statua caduta in mano di selvaggi, apparve finalmente nella sua varià e immensa unità, e il sentimento dell'infinito, facendosi luogo nell'animo nostro, ci esaltò, non senza un sacro orrore, nella contemplazione e nella conoscenza del destino universale degli esseri:

Disfugiunt animi terrores, moenia mundi Discedunt, totum video per inane geri res.

Questo grande rivolgimento scientifico trovò ai nostri giorni i suoi migliori interpreti e condottieri in Carlo Darwin Herbert Spencer. La loro voce s'è rapidamente ripercossa e propagata dalle scienze fisiche e naturali alle biologiche e sociali; e le stesse scienze giuridiche aggrappate ordinariamente alle tradizioni e ai pregiudizi degli uomini, si sono anch'esse agitate, e tra le rovine del libero arbitrio si avviano, benchè titubanti e guardinghe, sulla paurosa via della irresponsabilità.

Or siccome non si può concepire più una filosofia, una scienza qualunque fuori del reale e divisa affatto dalla vita, e i cambiamenti nel modo di pensare inducono necessariamente a mutare a poco a poco il nostro modo di vivere, ai nuovi concetti filosofici son venuti dietro i nuovi concetti morali, e l'educazione nostra si va mano mano trasformando.

Tutto oggi tende a rientrare nel campo del reale; tutte le forze del nostro corpo e del nostro spirito, che si sprecavano soventi in vane opere di Danaidi, si coordinano ora e si appuntano a un fine possibile, a un ideale campato nella vita, non osando più trascendere il termine prescritto dalla natura alla loro attività, e rassegnandosi a produrre quel lavoro, a cui la necessità fisiologica e storica le ha destinate. Mentre prima tutto si sforzava ad evadere, dirò così, dalla cerchia del reale, inclinando incessantemente a s'artiliser, per valermi di un'efficace parola di Montaigne, ora tutto tende a se naturaliser.

II.


Da questo concetto della vita nella natura, deriva appunto il così detto naturalismo o realismo o verismo dell'arte.

Esso non è l'invenzione e il patrimonio d'un uomo, d'una scuola, d'un paese; ma è una necessità storica dello spirito che rientra finalmente, dopo un lungo vagabondaggio per le chiese e per le scuole, nel possesso delle sue forze e s'incammina alla conquista del suo vero ideale.

Si può dunque approvare o disapprovare il modo come questo concetto viene appreso e tradotto da questo o da quell'artista; si può mettere in dubbio l'efficacia dei mezzi adoperati da taluni per rialzare l'arte nuova alla schietta riproduzione del vero; si può compiangere la forza sprecata da molti buoni e gagliardi ingegni nella gretta ed esangue riproduzione del vero, inorridire magari delle orgie sfrenate dei loro sensi briachi d'applauso e di novità; ma il naturalismo, in tutte le sue specie, in tutte le applicazioni e le conseguenze, qualunque esse siano, è un fenomeno storico, e il combattere contr'esso è da pazzi.

Ma che cosa s'intende e si deve intendere per naturalismo nell'arte?

E che cosa vuol dire, e in quali termini s'ha a contenere la così detta riproduzione del vero?

Ecco il nodo.

L'arte, ha detto un critico illustre, è la vita. Definizione troppo vaga d'un concetto giustissimo. L'arte è arte in quanto riproduce la vita in tutte le sue manifestazioni. Qualunque argomento può acconciamente prestarsi all'artistica rappresentazione, purchè l'artista vi sappia infondere la vita.

Che cosa è la vita nell'arte?

E' effetto di quel magistero complicatissimo e difficilissimo, di cui nessun critico può rendersi conto, per il quale la creazione dell'ingegno produca nell'animo altrui la perfetta illusione della vita: è l'astratto che diventa concreto: è l'idea che diventa immagine: è un concetto che s'incarna in una persona.

Or perchè questa immagine, questa persona sia degna del nome di artistica creazione, bisogna ch'essa, nelle sue forme nei suoi atteggiamenti, nei sensi, nelle parole, nelle azioni si comporti come una persona vera si comporterebbe in quelle tali condizioni fisiologiche e storiche in cui il poeta ha posto la sua. La bellezza dell'opera d'arte non risiede dunque nel perchè, ma nel come di essa: non già nel concetto dell'artista, ma nell'attuazione di essa: non nella facilità o difficoltà dei mezzi da lui adoperati, non nella grandezza o piccolezza del fine, ma sì bene nella vita ch'egli ha saputo infondere nell'opera sua, nella illusione che ha saputo creare nell'animo altrui.

Vere creazioni dell'arte sono perciò e Francesca da Rimini, e Farinata, e Sordello e parimenti Vanni Fucci, il conte Ugolino, e tante altre creature della fantasia divina dell'Alighieri. E come di persone vere e vive noi parliamo di Otello e di Jago, di Riccardo Terzo, di Ofelia, di Giulietta: e le prendiamo per quelle che sono, senza andar frugando per gli archivi se furono mai o se furono veramente a quel modo, senza chiedere a ciascuno il passaporto o il certificato di buona condotta o lo specchietto della questura.

Il poeta le ha volute a quel modo, e così esse vivono e vivranno finchè l'uomo non ha cangiata natura. E se un critico (ce ne son tanti!) ci venisse a provare, come quattro e quattro fanno otto, che esse furono molto differenti di quelle che il poeta ha descritte, o che non furono in nessun modo, perchè non vissero mai, noi gli rispondiamo: grazie della scoverta; e seguitiamo a discorrere con quelle immortali creature dell'Arte.

Da ciò si vede che il campo dell'artista sulla riproduzione del vero è illimitato come la sua fantasia, immenso come la natura. L'artista non è legato nella scelta del soggetto da nessuna legge, da nessun canone, da nessun comandamento o politico o religioso o estetico o morale; egli deve esprimere sentimenti veri, in persone vere: ecco la grande e l'unica legge che gli s'impone, il solo patto che gli si richiede.

Coloro che oggi si fanno a riprodurre un lato della vita reale, e della vita reale non vedono e non sentono se non l'accoppiamento sessuale, non meritano alcun rimprovero: questo sentono, e questo ritraggono: la loro mente è ristretta, il loro ingegno monotono, il loro sentimento non sa elevarsi un istante dalle alcove pollute e dalle case di tolleranza: arrabbiarsi con costoro è da stolti.

Resta poi a vedere se le loro riproduzioni, che essi spacciano come vere, non son poi delle meschine caricature del vero; se i sentimenti, o meglio i sensi da loro manifestati, rispondono alla natura umana o più tosto alla suina. Ma se questo vogliono fare e questo riescono a riprodurre artisticamente, che siano benedetti: saranno porci, ma per porci son fatti bene.

Riprodurre la natura nella varietà mirabile dei suoi aspetti, accogliere nell'animo e riferire come strumento fedele le sue voci, è da ingegni straordinari, è da grandi artisti; e di questi, sapete bene, non ne nascono a ogni pioggia d'autunno, e non s'incontrano a ogni cantonata.

A questi animi eletti, in cui la natura riconcentra le sue forze piu nobili, bilanciandone e armonizzandone le facoltà, acuendone i sensi, affinandone i sentimenti nella visione dell'Ideale, la natura si presenta come un immenso corpo organico: per loro tutto ha vita, ha voce, ha sorriso, ha lacrime: i loro sentimenti si trasfondono nelle cose e dalle cose attingono calore, luce, armonia.

Nulla di ciò che vive, che gode, che soffre; nulla, sia massimo o minimo, sia riposto nelle sfere luminose d'azzurro o nei reconditi abissi dell'anima, nulla sfugge alla mirabile percezione della loro facoltà, al volo della loro mente, alla forza animatrice della loro fantasia.

Essi riproducono sì, ma trasformano, nel laboratorio potente dell'anima loro: essi si valgono delle forze che loro presta la Natura, ma congiungono e combinano queste forze in un tutto insieme, in un edificio come in un tempio in cui s'accende e da cui si spande intorno pei secoli la face luminosa dell'Ideale.

Dell'Ideale, sì, perchè la storia della vita non è altro che un'ascensione sublime di carne a spirito, una metamorfosi continua del reale che si raccende e si purifica sempre più nelle sue manifestazioni, una metamorfosi che va dall'amphioxus al cervello di Darwin, dal mollusco acefalo alla fantasia dell'Ariosto, dalla forza brutale dell'uomo dell'epoca della pietra al trionfo del diritto, della giustizia, della libertà.

Or questa trasformazione, questo svolgimento non interrotto, quest'ascensione continua è un fatto, è la legge della vita, è la vita stessa, è l'Ideale; e l'artista che non l'intende, che lo nega, che lo vitupera, non solo non intende e calunnia l'arte, ma ignora e vilipende la vita: d'artista non ha che il nome, e d'uomo non ha che la forma.

III.


Dopo ciò mi pare non sia difficile di mettere al suo vero posto e ridurre ai suoi veri termini il problema della morale nell'arte.

Si domanda con molta insistenza da tutte le parti, ma, con diversi fini: l'arte ha da essere morale? Ha da essere! ecco una espressione che implica una condizione sine qua non, una necessità d'ordine morale che noi non possiamo riconoscere.

L'arte è morale per se stessa, l'arte è educatrice: ecco una risposta molto vaga, alla quale si può far seguito con altre domande: ma che cosa intendete per arte, e che cosa intendete per morale? E come si fa a educare con l'arte? E quali sono i rapporti che l'arte può avere con la morale?

Lasciamo agli alessandrini o bizantini che siano tutte codeste questioni di lana caprina; e diciamo subito che l'arte per sè stessa non è nè morale nè immorale, ma può essere l'uno e l'altro secondo i casi, secondo l'età, secondo i costumi dello scrittore, costumi e scrittore che sono un frutto più o meno tempestivo, ma sempre un frutto del tempo e del paese, o come oggi si dice del clima storico.

L'arte è arte, abbiamo detto, in quanto rappresenta la vita, uno o più momenti della vita di un individuo o di un popolo, di una nazione o di tutto il genere umano. Tutto ciò che esce da questa condizione è cosa estranea all'arte; può essere e non può essere chiamato a far parte dell'artistica rappresentazione, non come fine, ma come mezzo, non come principale, ma come accessorio.

Per questo appunto noi abbiamo delle opere di arte belle e nello stesso tempo immorali; e delle opere morali e noiose; e brutto e noioso, trattandosi d'arte, sono due aggettivi che si equivalgono.

Ma discendiamo un po' dalle generalità. Eccovi la Madonna del Cardellino dipinta da Raffaello, ed eccovi la Venere del Tiziano; l'una è la verecondia, la castità, la fede ingenua, la purezza dell'anima personificata: dinanzi a lei non può nascere pensiero se non di cielo, non immagine se non di paradiso: la donna e sparita nella Madonna; la vita si è purificata manifestandosi nella sua forma più spirituale.

Volgiamo ora lo sguardo alla Venere: ella posa tutta ignuda, sdraiata voluttuosamente in un letto candidissimo, appoggiando la testa bellissima ad un guanciale di seta che si affonda mollemente sotto il tenero peso, carezzandola quasi intorno con le sue pieghe. Il braccio di lei si distende sul femore sorgente, ricco, provocante; la mano si piega sul davanti della persona, non già per nascondere i tesori della sua bellezza, ma per cercarne quasi la fonte.

Dinanzi a quella figura divinamente sensuale e procace il sangue si rimescola, le labbra si contraggono, si dilatano le narici, si sente come un'acre fragranza di carne, e, se non siete decrepito o altro, vi nasce e vi bolle in tutto il corpo la brama irresistibile della femmina. Orbene, direte voi che l'opera di Raffaello e bella perchè è morale, e che questa del Tiziano e brutta perchè è immorale? Voi direste una grossa corbelleria, miei cari: tutte e due le immagini sono belle, perchè sono vere, perchè sono perfette incarnazioni di due aspetti differenti della vita.

Vera la prima in quanto rappresenta la vergine madre di Gesù, quale si presenta allo spirito dei credenti: spirito ammalato, spirito di sonnambulo, di matto, di tutto ciò che volete, ma i credenti ci sono stati e ci sono e il produrre le loro visioni e i loro deliri è arte vera, quando essa giunge a simulare talmente il fenomeno da produrre la perfetta illusione.

Vera la seconda, perchè il pittore ha saputo non solo riprodurre perfettamente le forme belle di una donna, ma perchè ha saputo infonderci dentro la vita, destando in voi quell'effetto che vi farebbe una donna reale. Il fine dei due artisti è stato ugualmente raggiunto: essi hanno fatto ciò che si proponevano di fare: l'uno ha fatto un'opera bella non ostante la morale; e un'opera bella ha fatto il secondo, a dispetto marcio della verecondia e della moralità.

La questione dunque della morale nell'arte si può ridurre a ciò che i retori chiamano la convenienza. La Natura offre all'artista ogni genere di quadri: egli riproduce non già tutto come gli capita sotto, ma scegliendo cosa da cosa, modificando, sollevando o abbassando i toni, animando o distruggendo coi rapporti le tinte secondo la convenienza del suo soggetto e le esigenze del genere che tratta e dello stile che adopera. Se nel quadro che egli dipinge o per ragione di contrasto o per qualunque altro fine, ci ha da entrare un mondezzaio, un truogolo, o perchè dovrebbe egli rifuggirne?

Basta che egli osservi la convenienza del luogo o delle persone, cioè, che ei dipinga coi colori che si convengono al luogo, e faccia pensare, parlare ed operare quelle tali persone come farebbero appunto nella realtà della vita, basta che egli sappia stare in chiesa co' santi e in taverna coi ghiottoni.

Vedete un po' Dante se ebbe gli scrupoli che ora ci vorrebbero cacciare in corpo tutti questi santificetur della critica. Ricordatevi di Taide, di Vanni Fucci, della scena dei diavoli. Ma che vado io parlando di Dante? Richiamate alla vostra mente le più grandi opere dell'arte nella scultura, nella pittura, nella poesia, dalla Venere dei Medici e dal satiro del Museo di Napoli alle più audaci opere moderne; dal Giudizio di Michelangelo e dalle Baccanti del Rubens, alla Venere carponi del Coubertall'inferieur grec, alla Frine e alla Aspasia del Jerome; dalle novelle del Boccaccio al Don Juan del Byron alle Notti del De Musset, e sappiatemi poi dire se tutta questa mandra di critici verecondi e circoncisi, che fanno tante sperpetue perchè ci sono dei ragazzi d'ingegno che celebrano le anche delle loro amanze, siano da chiamare molto più sciocchi di un branco d'oche spaventato dallo spettacolo d'un cane che fa vicino a loro le sue faccende amorose.

Ma a cotesto modo voi siete d'accordo co' così detti realisti; ma così voi scavezzate l'asino e lo lasciate ruzzare pe' prati: ma così voi siete un corruttore anche voi! Adagio Biagio, disse quello, e, con l'aiuto di Santo Spiridione, speriamo d'intenderci. D'accordo o non d'accordo, io, come dicevo, taglio dritto, e poco m'importa di essere d'accordo o di disaccordo col prossimo.

Del resto mi pare che quest'accordo sia tanto poco nel caso nostro che, se i pseudo realisti non avessero altri santi protettori, in verità farebbero meglio a mangiarsi un can crudo e a raccomandarsi l'anima al buon diavolo. I protettori essi ce l'hanno, e che pezzi grossi, se sapeste! A vederli c'è da scambiarli con tanti mastodonti antidiluviani: vero è che al tatto e nel picchio non reggono perchè poveretti sono mastodonti di princisbecco, ma l'apparenza e l'aria ce l'hanno; oh, se ce l'hanno!

Ma codesto giardino zoologico di bestie più o meno feroci lasciamolo da parte. Bisogna che io trovi brace alla mia focaccia: vo' dire ch'io rispondo a chi m'accusa di levar la cavezza all'asino, ed essere un libertino ed un corruttore ancor io.

IV.


Ho detto, dunque, e lo ripeto che l'arte è una cosa a sè, sui generis, come dicono nelle scuole; ch'essa è arte in quanto riproduce trasformando la materia che le offre la Natura: ho detto inoltre che, per questa materia offertale dalla Natura, c'è l'Ideale, che è la forma più alta della vita; vi ho fatto osservare con gli esempi che la morale non ci ha che vedere direttamente con l'arte; ora aggiungo, per meglio chiarire il concetto, che la morale, la religione, la politica e tutte le altre sante o indiavolate cose della vita e passioni degli uomini, possono trovar posto nell'opera d'arte; anzi, una o più di esse insieme possono essere la materia prima su cui lavora l'artista per produrre l'opera sua, ma che l'opera d'arte non risiede in esse, che con esse e senza di esse l'opera può riuscire bella o brutta, secondo che ci si conformi o no a quella unica e necessarissima condizione di riuscire alla perfetta simulazione della vita.

E, giacchè ho usata la parola simulazione permettete che mi ci fermi un poco per dichiararne il vero significato.

Non c'è ragazzo che non dica: questo è convenzionale; questo è retorico, e però è brutto.

Convenzionalismo! o che cosa vuol dire questa barbara voce?

Se s'intende per essa una simulazione di affetti non sentiti realmente, di uomini e di società nè veri, nè verosimili, allora amen; ma se per convenzionalismo e per retorico si vuol significare, come ho forte ragione di temere, tutto ciò che esce dalla cerchia della vita ordinaria, dall'indole comune degli uomini, tutto ciò insomma che non è ovvio alle intelligenze e alle anime volgari, allora si offende l'arte stessa che si vuol difendere, togliendo all'artista il diritto che egli ha di rappresentarci dei fatti e dei personaggi lontani per tempo e per costumi da noi.

Sarebbe davvero bella che non si potesse, in grazia del malinteso metodo positivo, rappresentare altro se non ciò che si vede, si sente, si prova tutti i giorni, mettendo da parte tutto ciò che s'innalza dal livello comune, tutto ciò che splende e s'avviva della luce dell'ideale.

Allora, vedete bene, e Omero e Dante e Shakespeare e tutti i grandi poeti non sarebbero che altrettanti retorici perchè nè Omero assistè de visu alla guerra di Troia, ne Dante andò ai tre regni, nè Shakespeare praticò o conobbe neppur di vista la signorina Ofelia, sua altezza Amleto e sua maesta Macbeth.

Eppure a sentir certi ammonitori e cucinieri di estetica nuova, lardellata di Zola e di Rollinat, il poeta o il romanziere, per esser vero, deve prendere la squadra e il piombino degli agrimensori per saper dire quanti metri quadrati e che pendenza abbia quella tal piazza, dove il giorno tale, all'ora tal' altra e a tanti minuti, la serva A della signora B andò a compiere la importante missione di comprare un galletto; lo scrittore ha da stare tutte le ore del giorno a quel posto che vuol descrivere per vedere che ombra proietti il pilastro a manca, alle due dopo mezzogiorno, e che effetto faccia quell'altro piolino a sinistra in una giornata nuvolosa d'ottobre; e così di seguito.

Chi non fa a questo modo, lavora di maniera, riesce falso, convenzionale e pesante. Pesante! un'altra delle famose parole della critica nuova. Oggi siamo a tali ridotti, che di nessuna cosa che appartenga alla scienza, all'arte, alla vita si può discorrere o scrivere seriamente senza che la turba non mormori: Che uomo pesante, che libro noioso!

Di tutto s'ha a scrivere e parlare (oh, questo sì, perchè oramai si sà, tutti siamo uomini universali, e non è più acconcio ripetere il non omnia possumus omnes; ora abbiamo la scienza infusa noi e abbiamo perciò la competenza e il diritto di mettere il becco da per tutto!) ma di qualsiasi argomento bisogna trattare con brio, bisogna essere ameni, è necessario che la gente legga, e per indurla a leggere e necessario che essa rida, bisogna insomma aver dello spirito, com'essi dicono con la solita eleganza.

Certo, il genere noioso, generalmente parlando è il solo genere non ammesso nell'arte; ma bisogna distinguere e intenderci anche per questo.

Noioso a chi?

Al volgo ignorante, ozioso e maledico delle piazze, dei caffè e delle sale di bigliardo? Ma in tal caso possiamo dichiarar noiosi tutti i capolavori, perchè codesta gente non si diletta certamente alla lettura delle tragedie di Eschilo, delle Odi di Pindaro, delle Satire di Orazio, nè manco della Divina Commedia o delle Storie del Machiavelli.

Per intendere e sentir la bellezza di codesti sublimi lavori dell'umano ingegno bisogna aver mente educata agli studi, bisogna aver gentilezza d'animo, bisogna aver gusto; e di queste qualità, 99 su 100, coloro che oggi dichiarano tutto noioso, credete a me, non ne hanno nessuna, Ora siccome appunto di questa cricca si compone in massima parte ciò che chiamiamo il pubblico, e siccome le gazzette son fatte per esser lette specialmente da codesta gente, e ad essa devono necessariamente piacere, ne viene che gli scrittori di esse, speculatori sulla malignità e sulla gonzaggine umana, devono acconciarsi ai gusti grossolani di costoro, se vogliono facilmente spacciare le loro zozze.

Epperò, quand'anche avessero da madre natura un po' di buon senso, di discernimento, di gusto, studiandosi di piacere a tutti i costi a siffatti lettori, a poco per volta lo perdono; e cosi succede che pubblico e giornalisti corrompono e si corrompono scambievolmente. Per codesta gente, dunque, tutto è pesante, è indigeribile, è noioso. Un uomo che prende sul serio qualche cosa è semplicemente ridicolo.

Le persone di spirito han da ridere di tutto e di tutti. E tal sia di loro. Per questo si va sbraitando da un pezzo tutti i grandi generi dell'arte esser morti e sepolti: morto il dramma storico, morta la tragedia; della poesia narrativa poi non se ne parla neppure; essa è stecchita non sappiamo da quanti secoli, ed e inutile cancaneggiare sul sepolcro della gran morta: ha sentenziato uno scrittore solenne.

Potenzinterra!

Tutti i grandi generi quindi sono morti: il solo che si ammette e la novella, il bozzetto, il romanzo. A patto però che siano, come ora si dice, vagamente, scollacciati, anzi nudi addirittura fino ai ginocchi: a patto che il racconto sia pornografico e la pornografia ha ora preso il posto dell'arte. Ed eccoci con questa famosa parola, ripetuta ora anche dalle signorine, che poverette, al solito vagheggiano tutto ciò che non comprendono, ed amano tutto ciò che è proibito; eccoci, dopo una inutile disgressione, ritornati all'argomento della morale nell'arte.

Siamo sempre li: il senso, la carne, la scurrilità ci ha da entrare nell'arte, sì, è un elemento di cui l'artista si può all'occorrenza servire, e io son disposto a lodare la più sensuale descrizione, purchè questa mi riproduca schiettamente la realtà e mi produca un'emozione qualunque: non dirò che codesta sia arte nobile ed elevata, ma l'accetterò pure come una delle tante manifestazioni dell'arte; ma da questo a confonder l'arte con la pornografia, c'è un abisso.

Quello che noi non possiamo ammettere è la credenza che tutto ciò che non tratta di accoppiamenti di maschi e di femmine è vuota e sciocca idealità; che l'arte è la nemica dichiarata della morale; che dov'entra questa scappa quella; che sulla bandiera dell'artista ci s'ha a scrivere questo motto: Sus. No, cari miei, questi sono gli eccessi dei sani principii del naturalismo; queste sono follie di anime volgari e di menti piccine.

E pensare che ci sono dei critici seri, delle persone ammodo che si arrabbiano e si scalmanano perchè un branco di ragazzetti impuberi ci viene con religiosa fedeltà a descrivere poro per poro tutta le pelle delle loro amanti.

Ma andiamo via, lasciamo stare l'arte, la critica, la morale, e tutte le persone per bene che non è permesso nominar tante volte invano.

E questo va detto ai saccentelli, sbarbatelli... Quanto poi alle vereconde oche della critica grassa ed ai piagnolosi cappellani della critica magra (giacchè è fortuna mia il non essere d'accordo nè coi poetucoli sudici, nè coi critici verecondi) se credono mai che questo modo d'intendere la morale nell'arte lasci ancora troppo di libertà e si scandalizzino che io predichi la assoluta indipendenza dell'arte da qualunque prescrizione morale, a me non resta che domandare:

Volete l'arte? E l'arte, miei cari, vi dà delle persone vive e intere; chi non le vuol vedere si volti dall'altra parte, o ci metta su una sfoglia d'oro come ai bambini Gesù che le pinzochere tengono sul cassettone, chiusi e custoditi in una scarabattola di vetro, orlata di carta color di rosa e rappiccata qua e là col pan masticato.

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